Lentezza inutile

Direi che questo è il momento della giornata che preferisco in tempi di isolamento. Ho fatto colazione, poca perché sono a dieta, mi sono lavata, vestita e mi siedo sulla poltrona più vicina alla portafinestra per godere del tepore del sole, che al mattino entra impertinente da questa parte.

E’ un altro lunedì ma potrebbe essere domenica come giovedì, perché nell’isolamento si perde la cognizione del tempo.

Uscendo dalla camera l’occhio mi è caduto sul cassettone dove l’orologio, gli orecchini e gli anelli giacciono abbandonati ormai da dieci giorni, così come la borsa e le scarpe vicino all’ingresso; tutti elementi di una vita fuori, che adesso è vietata.

Guardare fuori per guardare avanti e guardarsi dentro; questo dovrebbe essere l’imperativo di questi giorni ma mi rendo conto che più uno ha tempo e più uno ne spreca.

Mi faccio rabbia da sola quando realizzo che sono stanca ed è già sera, senza aver concluso nulla; sono infinitamente più produttiva in situazioni più limitate, come del resto studio meglio nell’imminenza di un esame oppure trovo il tempo e la forza per fare movimento dopo una giornata di lavoro perché sono più attiva ma anche perché diventa una valvola di sfogo necessaria per riequilibrarsi, così come sono capace di andare a fare la spesa e cucinare dopo una lunga giornata, oppure pulire casa il sabato o ancora fare lavatrici alle sette del mattino prima di uscire.

Credo che alcune persone, tipo me, necessitino di un’agenda che dà la carica per non perdersi nel torpore della lentezza. Io nella troppa calma mi perdo, sto a disagio come in un vestito troppo largo che non so vedermi addosso e perdo giornate tentando di sistemarlo, metto una cintura e dopo un po’ la tolgo, faccio una risvolta alle maniche che dura solo mezza giornata, provo a cambiare le scarpe sperando in una migliore visione di insieme e così via per inutili tentativi; rendo molto di più in situazioni di stress e mi piace la calma solo come stacco o come ricompensa, viverci sempre mi obnubila anche il cervello che va a scartamento ridotto come tutto il corpo del resto.

A proposito di corpo oggi devo chiamare il dietologo perché, nonostante segua alla lettera le regole e mi sacrifichi con un’alimentazione ipocalorica, sono ferma con il peso, credo che possa essere dovuto ai farmaci che sto prendendo per il dolore cronico ma è decisamente scoraggiamente soffrire la fame e non vedere scendere quella terribile lancetta della bilancia.

Mi manca mio figlio, la mia famiglia, i miei cani, il mio immenso giardino ma con il decreto di ieri, che impedisce di uscire dal comune in cui ci si trova, è stata cancellata l’ultima speranza di vederli presto.

L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi (A. Einsten)

Finirà la pandemia come finiscono tutte le catastrofi, umane o naturali che esse siano.

Chissà però se il mondo sarà lo stesso e se gli essere umani modificheranno il loro modo di vivere.

Ci vuole tanta forza a vedere dottori e infermieri stremati, a scorrere le liste dei morti ogni giorni; cadaveri che non hanno neppure potuto rivedere i propri cari, prima di terminare il loro viaggio sulla terra e che invece di un mesto corteo di familiari li accompagna in un lontano forno di cremazione, una fila di camion dell’esercito.

Ognuno reagisce a modo suo, chi sta chiuso in casa e si dispera, chi cerca di approfittare di questo inaspettato tempo libero facendo cose che ha sempre rimandato, chi è diligente ed esce il minimo possibile, chi è scellerato ed esce continuamente.

Dietro queste porte chiuse ci sono tante storie, messe in pausa da un microscopico virus, che sta cambiando il corso della storia, oltre la vita di milioni di persone, anzi miliardi, visto che ad oggi pare ci siano almeno un miliardo di persone chiuse in casa.

Chissà se tutta questa distruzione riuscirà a portare qualcosa di buono in questo sistema sbilanciato, nelle caotiche vite moderne, nelle stressanti esistenze di gran parte della popolazione, nei rapporti umani, nei valori che ci guidano, nella scala delle priorità. Voglio essere ottimista e pensare che qualcosa di bello almeno a livello interiore lo porterà, perché l’esterno sarà sicuramente distrutto. Non so come potranno reggere le economie a una botta come questa e non ho idea di come potrà essere il dopo da tutti i punti di vista.

Gli stili di vita moderni ci hanno dato tanto in termini di comodità e progresso ma ci hanno tolto il tempo, che spesso è invece la vera ricchezza.

Questo virus ci ha ridato il tempo, anche se nella maniera peggiore e violenta che si potesse immaginare e la gente ha ricominciato a prendersi il tempo. Tempo per parlare tra familiari o amici, di persona o in videochiamata, il tempo per cucinare e per fare il pane, il tempo per disegnare con i figli e leggere storie, il tempo per farsi le maschere di bellezza o yoga in salotto, il tempo per fare torte il cui profumo inonda la casa preludio della loro squisitezza, il tempo per fare torte orribili che non lievitano, che non cuociono o che si abbrustoliscono, il tempo di fare la pasta in casa, il tempo di pulire la cantina e buttare via cose inutili accumulate negli armadi, il tempo di tinteggiare casa e tagliare l’erba in giardino, il tempo di leggere libri abbandonati nella libreria e guardare i film nella lunga lista compilata negli anni, il tempo per giocare a carte e monopoli, il tempo per fare quel puzzle regalo di anni fa, il tempo di ricamare, cucire, lavorare all’uncinetto e a maglia, il tempo di annoiarsi e di appisolarsi sul divano, il tempo di studiare una lingua o fare un corso online, il tempo di litigare e fare pace, il tempo senza il suono della sveglia al mattino, il tempo di sorseggiare il caffè in terrazza, il tempo di pensare e guardarsi dentro, il tempo di farsi domande e provare a darsi delle risposte.

C’è poi un tempo molto diverso, il tempo di tutti quelli che devono uscire di casa come commessi, autisti, postini, forze dell’ordine, corrieri ma soprattutto soccorritori, medici, infermieri e operatori della sanità in generale. Escono di casa indossando una corazza immaginaria e il coraggio di una missione da compiere; stanchi per i turni infiniti, stanchi per le condizioni drammatiche, stanchi di vedere morti, stanchi di lottare contro la stupidità di chi non rispetta gli altri, stanchi di questo gioco al massacro.

Noi possiamo solo stare chiusi a casa e pregare che costoro non gettino la spugna e che non si buttino a terra esauriti, che non lascino il campo di battaglia sconfortati, che non esauriscano le loro minime energie, che non si lascino sopraffare dalle tensioni, che non si lascino pietrificare dal dolore, che ancora si bardino e si preparino a combattere per salvare un’umanità a volte stupida, in ogni caso stordita dall’assolutamente inaspettato che ci ha travolti.

E’ arrivata la primavera o forse no

Quest’inverno assoluto, che ha irretito il mondo, sembra averci congelato le vite; ci ha tolto le dimensioni vitali dei nostri spazi, dell’aria aperta, degli spostamenti ma anche le coordinate temporali hanno perso di significato in questo assurdo susseguirsi di un giorno attaccato all’altro. Ci perdiamo tra le notizie che consultiamo avidamente decine, forse centinaia di volte al giorno, alla spasmodica ricerca di un numero che dia speranza, di una chimera che porti buone nuove.

Avevamo ipotizzato tanti scenari per questo anno bisestile ma nessuno era arrivato a tanto pessimismo da partorire questo sanguinolento canovaccio in cui gli attori muoiono soffocati davanti a un pubblico inerte e ammutolito. Ormai sono due settimane che non vedo di persona mio figlio e la mia famiglia; cerco di non pensarci e mi consolo pensando che sono fortunata a non essermi ammalata. Mi salgono le lacrime agli occhi ogni volta che penso ai medici, agli infermieri, ai soccorritori e a tutti quelli che in questa guerra silente sono in prima linea. Mi chiedo anche se questa tragedia che rappresenterà uno spartiacque nella storia, cambierà il mondo e gli uomini che lo abitano.

Ho sempre sostenuto che uno dei problemi maggiori del nostro pianeta fosse la crescita incontrollata ed esponenziale della popolazione nei paesi più poveri e mi sono sempre detta che se mai ne avessi avuto la possibilità mi sarei prodigata per questa causa, adesso spero soltanto che questo virus non attraversi il Mediterraneo e non approdi in Africa perché sarebbe un ecatombe in paesi dove non solo non esiste le minima assistenza medica, né le strutture, né il personale ma la popolazione vive in condizioni di miseria assoluta, di promiscuità, di fame e sete quotidiana. Se il virus arrivasse lì compirebbe in modo tragico quel controllo della popolazione, che nessuno ha voluto mai mettere in atto, fregandose di milioni di bambini che muoiono o stentano a sopravvivere.

Ho le cuffie per non sentire Otto e mezzo e non angosciarmi più di quello che non sono già e il selettore automatico mi propone Vasco ed è subito voglia di cantare ma sarebbe un canto stonato e mi limito a lasciarmi trasportare via da qui per pochi minuti https://www.youtube.com/watch?v=YZpq6H6khzg da questo divano volo verso il live Modena park in un’onda unica con migliaia di spettatori che cantano all’unisono in un coro da brividi, che emoziona anche solo nel ricordo.

Stasera alle 18 cantava anche qualcuno nel palazzo, non era però un canto liberatorio né di gioia, era piuttosto un lamento intonato verso il cielo sulle note di Meraviglioso https://www.youtube.com/watch?v=EikicSEKi4M in un fallimentare tentativo di diffondere speranza come i tanti disegni accompagnati dal motto “Andrà tutto bene”, che suona come il canto del cigno mentre dovrebbe avere la gioia del garrire delle rondini a primavera.

Nessuna malattia è più dannosa della mancanza di buon senso

Le campane suonano e nessuno andrà alla messa in queste continue domeniche.

Ogni giorno è scandito ormai solo dai pasti e si è persa completamente la dimensione della settimana, del mese e anche della stagione; la primavera incipiente la intuiamo attraverso le finestre ma non possiamo goderne la piacevolezza in campagna, in una passeggiata cittadina o in un picnic familiare; non possiamo goderne la sensazione di risveglio dopo il torpore dell’inverno, non possiamo goderne nel profumo dei fiori e nel vivo dei colori nuovi e freschi.

Mi perdo in questi giorni tutti uguali come un camminatore, che di quando in quando abbandona il sentiero, che sembra troppo lungo e si ritrova in mezzo al bosco senza sapere quale sia la direzione giusta in cui andare, anche perché è così imprevedibile questo percorso, che a ogni svolta ci aspettiamo un tratto in piano e invece si svela l’ennesima salita.

Siamo fortunati a poter trascorrere in casa questa quarantena e chi si lamenta andrebbe messo in prima linea come lo sono tutti coloro che sono impegnati a salvare vite ogni giorno.

Penso ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari, ai soccorritori che sono tutti in trincea ma anche a coloro che sono costretti a lavorare per garantire i servizi minimi come supermercati, alimentari, farmaci, corrieri, trasporti.

Un pensiero particolare anche a coloro, che assurdamente sono costretti ad andare a lavorare, perché le loro aziende o uffici non hanno chiuso. Il dibattito è feroce su questo punto ma credo, che sia altrettanto elementare: è pressoché inutile che chiudiamo milioni di persone in casa raccomandando di non uscire per nessun motivo e poi milioni di persone ogni giorno devono uscire di casa per recarsi al lavoro.

La decisione di chiudere un’attività o tenerla aperta non può essere lasciata al buon senso di chi la amministra, perché prevarranno spesso il menefreghismo e l’individualismo, soprattutto in grandi realtà guidate da disinteressati consigli di amministrazione.

Dovrebbe essere invece imposta per legge la chiusura di tutte le attività non necessarie e non di primaria importanza, per evitare che tutti i dipendenti ogni giorno escano di casa, usino i mezzi pubblici, stiano con i colleghi tutto il giorno e poi rientrino nelle loro case mettendo in pericolo non solo loro stessi ma anche i familiari, il cui sacrificio di stare tappati in casa viene così vanificato.

Chi possiede attività in questo momento dovrebbe fare un ragionamento a lungo termine e si renderebbe conto che una chiusura totale non sarebbe di beneficio solo alla popolazione ma anche all’economia stessa, perché più si protarrà questa situazione e maggiori saranno i danni economici, fino ad arrivare forse all’irreparabile.

Conosco persone che lavorano nei cantieri, purtroppo ancora aperti soprattutto i più grandi, persone che lavorano in fabbriche che producono, abiti, scarpe, borse, automobili, giochi etc; nessuna di queste attività è di primaria importanza in caso di pandemia, per salvaguardare la salute pubblica dovrebbero essere chiuse per legge, così da rallentare bruscamente il contagio e fare in modo che il sistema sanitario riesca a far fronte alla situazione drammatica in cui viviamo.

Bisognerebbe poi incentivare e organizzare un efficiente sistema di consegne a domicilio, sia per tutelare la salute di coloro che lavorano nei supermercati e nei negozi di generi alimentari, sia gli acquirenti stessi: ipotizziamo che un supermercato ingaggi anche solo 5 persone per consegnare le spese a domicilio, coprendo ognuno una zona assegnata, credo che  riuscirebbero a consegnare minimo 20 spese ciascuno, significherebbe non far uscire di casa almeno 100 persone al giorno, evitando quindi contatti con altri ed esponendo a minori rischi soprattutto i lavoratori della grande distribuzione; immaginiamo se questo semplice sistema fosse esteso quanti contagi risparmieremmo.

La semplicità spesso è denigrata ma altrettanto spesso è parte della soluzione.

Giorno sette di questo strano film

La trama è sorprendente, i protagonisti sono molto bravi e profondi, il pubblico partecipe e gli effetti speciali grandiosi, i registi si alternano con alterna efficacia.

Usciamo di casa con le mascherine e i guanti, camminiamo rasente ai muri ed evitiamo accuratamente di incrociare qualcuno; teniamo stretta in tasca la nostra autocertificazione e nell’altra la lista delle cose da comprare.

Siamo sempre in bilico tra il timore e la speranza; guardiamo ogni giorno i nuovi numeri dei contagi con il fiato sospeso e la mente che prova a immaginarsi scenari futuri. Famiglie che sono lontane e non sanno tra quanto si rivedranno, fidanzati divisi da un virus, amanti disperati a casa soli con il marito o la moglie, nonni che non possono più vedere i nipoti.

I turisti sono spariti ovunque e le strade deserte amplificano il senso di desolazione e vuoto, che ciascuno si porta dentro in questo tragico frangente. Si prova a sdrammatizzare, a sentirsi meno soli, a cercare la forza del gruppo e l’energia della comunità; flashmob musicali e lunghe skype call, ovunque provetti cuochi e case pulitissime.

Stiamo tappati in casa come topi nelle tane e le nostre furtive uscite per procurarci il cibo ci fanno scoprire dettagli sconosciuti dei luoghi vicino casa.

Scriviamo un messaggio a persone che non sentiamo da tanto perché questa atmosfera di catastrofe imminente ha bisogno di rassicurazioni e calore umano. Condividono lo stesso destino fasce diverse di popolazione, età diverse e diverse mentalità.

L’incredulità dei primi momenti ormai è stata rimpiazzata da una silenziosa rassegnazione, solo alle sei del pomeriggio l’aria si riempe di musica o di applausi e ci rendiamo conto che siamo in tanti chiusi dietro le finestre delle case, siamo in tanti che pensiamo a cosa sarà di noi e mai queste case sono state così piene all’unisono di uomini, donne e bambini perché ciascuno aveva la propria vita, i propri orari, i viaggi, il lavoro, le amicizie e gli amori.

Adesso non più, adesso guardiamo tutti queste meravigliose giornate di sole oltre i vetri delle nostre case; dentro scene comuni e sentimenti vari, la noia, la gioia, la rassegnazione, la forza, la determinazione, la tristezza, la solitudine, il tempo che non passa, le ore che scorrono veloci, una mano amica da stringere, una bocca da baciare, il minestrone che bolle e la pasta scotta, il profumo della torta alle mele e lo shacker di proteine, il gatto che sonnecchia, il cane che si stiracchia.

Quest’umanità che si è fatta sospettosa per i contagi ma unita nella tragica comunanza di vita. Uomini e donne che danno spazio a una vena creativa o che pensano idee futuristiche. Tutto questo tempo a disposizione ci destabilizza e il fatto di averne così tanto ci porta istintivamente a perderlo, è un po’ come la differenza tra quando riceviamo in dono una cosa o ce la guadagniamo, la sensazione è diversa perché di una cose comprata con il nostro impegno percepiamo il valore in maniera nettamente superiore e lo stesso vale con il tempo; assaporiamo ogni momento delle tanto agognate e meritate ferie e vacanze, anche solo per stare a casa, riposarsi o dedicarsi a piccoli passatempi rilassanti.

Ora che ci è stato regalato tuto questo tempo ci mette in difficoltà e provoca sgomento il non sapere quanto sarà effettivamente. Questo tempo è un regalo rubato, alle nostre vite, alla nostra quotidianità, al nostro lavoro, alle nostre frequentazioni, ai nostri viaggi e ai nostri sogni.

Mi sono sempre detta, se avessi tempo farei questo e quest’altro e quest’altro ancora e invece mi ritrovo in questa specie di tempo sospeso che sembra una passerella di vetro sul vuoto e avanzo quasi strisciando, senza guardare giù perché soffro di vertigini, e mi rendo conto che ogni giorno butto via un sacco di tempo perché di fatto in queste condizioni è molto difficile concentrarsi dato che è difficile estraniarsi dalla situazione.

Per cui ho iniziato a leggere i libri per il prossimo esame ma sono ferma forse a pagina cinque, ho ricominciato il corso di coding online e sono ferma al terzo modulo, volevo scrivere qualcosa di mio e non ho nemmeno iniziato, volevo crearmi un sito e il risultato sono questi unici sconclusionati pensieri del mattino buttati in un  blog anonimo, volevo dimagrire e tonificarmi, mangio poco ma sono troppo stanca per la ginnastica da salotto e mi mancano troppo le mie lunghe passeggiate all’aperto, volevo passare più tempo con mio figlio e il mio compagno e invece mi trovo a scegliere l’uno o l’altro.

Giorno 5 e tutto va bene, non proprio tutto

Pensando a quest’anno mi ero prefigurata tanti scenari, nella mia vita zingara e in equilibrio precario, tra lavoretti da pochi giorni e il conto alla rovescia su quando resteremo senza casa e invece la vita come sempre ha rovesciato il tavolo e confuso le carte, così ci troviamo chiusi nelle nostre case e con tutte le nostre vite sospese.

Gente che viveva tranquilla si ritrova senza lavoro e nei prossimi mesi avrà difficoltà a pagare l’affitto o il mutuo; mentre gente che non ha niente da perdere come me, paradossalmente subisce meno questo impatto. Sulla scacchiera della vita possiamo giocare al meglio la nostra partita ma non è detto che una folata di vento più forte non spalanchi la finestra e butti a terra tutte le pedine; lasciandoci una scacchiera vuota dove tutti dobbiamo ricominciare con le nostre giocate.

La fantasia della vita spesso supera quella degli esseri umani e ci pone davanti a quadri inattesi, ci chiama sempre all’appello e ciò che non capiamo, possiamo chiamarlo destino o provvidenza di manzoniana memoria o ancora karma ma comunque lo chiamiamo rimane sempre lo stesso, la vita non deve chiedere il permesso a nessuno per seguire i percorsi che vuole e noi cosí piccoli in confronto all’universo e all’eternità, non possiamo fare altro che prendere la nostra vanga e uscire a dissodare la terra nel nostro orto, perché sia pronta ad accogliere nuovi semi.

Come tutti vivo in una condizione di perenne preoccupazione, ancor più adesso che i contagi stanno aumentando esponenzialmente anche nelle altre nazioni europee e ciò può significare un allungamento dei tempi anche per l’Italia e uno scenario di morte di portata mondiale.

Nell’epoca in cui abbiamo a disposizione tecnologie, conoscenze e macchinari all’avanguardia sembra assurdo che possano accadere eventi che ci chiudono tutti in casa, che mettono a rischio la vita di milioni di persone e che gettano le economie in un baratro; eppure ci siamo, impotenti di fronte al dramma che di giorno in giorno si allarga a macchia d’olio nel mondo. Non pensiamo poi se il virus arriverà a diffondersi nei paesi del terzo mondo dove le condizioni igieniche sono già di per sé carenti, l’assistenza sanitaria in pratica inesistente e i mezzi d’informazione insufficienti; non riesco a immaginare che un’ecatombe.

Mi piace però pensare anche al dopo, anche per non opprimere oltremodo il mio cuore con pensieri disarmanti e mi chiedo, quindi, come cambierà il mondo quando tutto questo sarà finito, cosa avrà imparato l’umanità, quali cambiamenti saremo disposti a mettere in atto, se avremo sviluppato una coscienza diversa rispetto alla vita degli essere umani e del pianeta meraviglioso su cui viviamo.

Giorno 4

E’ arrivato il virus e ci ha chiuso in casa, lasciando fuori le nostre vite frettolose.

La situazione è andata oltre le nostre fantasie fantascientifiche perché gli eroi che salveranno il mondo non hanno tute spaziali, armi galattiche o navicelle che viaggiano alla velocità della luce. I nostri eroi hanno dei camici bianchi o azzurri, hanno la stanchezza negli occhi e un cuore grande in petto, hanno in volto la rabbia e l’impotenza di chi non riesce a far capire alla gente che l’unica nostra salvezza siamo noi stessi e che i comportamenti irresponsabili verranno pagati cari.

Gli eroi di oggi sono sulle ambulanze e in prima linea ogni giorno, gli eroi odierni sono i camionisti e i corrieri che garantiscono l’approvvigionamento di beni, sono i farmacisti dietro al banco, sono i commessi dei e dei negozi che vendono beni di prima necessità, sono i medici di famiglia che mancano di dispotivi protettivi adeguati e di chiari protocolli, sono le forze dell’ordine che lottano per far rispettare le regole.

Questo elenco potrebbe continuare annoverando tutti coloro che si prodigano da giorni, anzi da settimane per salvare vite e devono lottare contro l’ignoranza e la scelleratezza di chi ha sottovalutato o ancora sottovaluta la situazione e in barba a tutte le prescrizioni continua a muoversi, ad andare in giro e dare manforte a questo virus così vorace e veloce.

A quelli che si sono fatti un weekend al mare o in montagna approfittando della chiusura delle scuole come se fosse una primavera anticipata, a quelli che si sono ammassati sui treni per invadere le regioni del sud in nome di una nostalgia che potrà essere fatale per alcuni.

La capisco questa forte paura e il bisogno di stare vicini ai propri cari in questo momento di disperazione; io stessa sono bloccata a Firenze a casa del mio compagno e ho ogni giorno la tentazione di tornare in Versilia a casa mia, di poter rivedere mio figlio dopo dieci giorni lontana, di vedere i miei genitori e le mie sorelle, i miei cani e poter stare un pó all’aria aperta nel nostro grande giardino ma per il bene di tutti resto qua in un appartamentino a Firenze, dal quale non esco da una settimana ormai.

Più della nostra situazione nazionale a questo punto mi spaventa la situazione degli altri paesi che non stanno prendendo misure adeguate e rischiano in parte di vanificare anche i nostri sforzi. Voglio però cercare di essere positiva pr quanto sia difficile perché la speranza è quella che ci aiuta a guardare avanti ma soprattutto oltre, oltre i muri, oltre i tempi bui, oltre le difficoltà, oltre gli ostacoli. Passando alla mia futile quotidianità, siamo al giorno 4 della dieta, ho sempre fame e per ora tutta questa energia di cui si parla non l’ho sentita ma vado avanti.

Giorno due di pandemia

Seduta sul divano guardo fuori dai vetri quel rettangolo che è diventato il mio orizzonte in questo forzato isolamento; sento due bambine giocare in uno dei cortili sotto casa, una cosa insolita, forse perché prima erano a scuola o in palestra o dagli amici, invece adesso sono a casa dalla mattina alla sera; sento le vocine allegre nell’aria ferma di tutte queste case piene di gente come non mai ma con un’atmosfera di sospensione irreale.

Sono al secondo giorno di chetogenica e la fame si fa sentire così come un leggero mal di testa. Ho sempre detto “se avessi tempo farei questo farei quello…”, ora ho il tempo di questa clausura eppure mi sembra che le ore volino, così ogni giorno non riesco a fare tutto ciò avevo programmato; la causa principale è senza dubbio il fatto che l’attenzione sia comunque sempre focalizzata su quanto sta accadendo, così mi ritrovo più volte in un’ora a sbirciare le notizie italiane o quelle dall’estero, cerco segnali di speranza e allo stesso tempo mi chiedo quanto durerà e se riusciremo a scamparla.

Sono preoccupata soprattutto per i più deboli ma anche per chi è in prima linea in questa guerra silenziosa. Stasera ci sarà un flashmob per rompere questo silenzio schiacciante: tutti i musicisti e chiunque strimpelli uno strumento, alle 18 sono invitati a suonare con le finestre aperte per lanciare nell’aria un messaggio di speranza, per emozionarci tutti insieme e per godere della bellezza della musica: spero che aderiscano in tanti e per un attimo la melodia possa sostituire il rumore monotono dei pensieri che ci attanagliano. (Flashmod musicale 13/03/2020 ore 18 Affacciati alla finestra https://www.repubblica.it/dossier/spettacoli/restando-a-casa/2020/03/13/news/_affacciati_alla_finestra_il_flashmob-251163126/)

Giorno uno di dieta e pandemia

Perché la vita ai tempi del coronavirus non è già abbastanza difficile, da oggi devo pure iniziare la dieta. A causa di una situazione prediabetica e soprattutto dell’aumento ponderale di quasi dieci kg in dieci settimane, c’è bisogno di una misura drastica.

Quindi se l’isolamento non rende abbastanza inquieti come le notizie che sentiamo ogni giorno, se il non avere un lavoro non mi preoccupasse abbastanza, ci si è messo anche il mio corpo a fare le bizze. Non che io sia mai stata una silfide ma negli ultimi tre mesi sono letteralmente lievitata.

Le cause non sono ben chiare o forse sí, comunque fattore primo potrebbe essere la cura che sto facendo da metà dicembre per il dolore cronico neuropatico (di cui un giorno spero di parlarvi e di presentarvi colui che è stato capace del miracolo), fattore secondo la sedentarietà dovuta a un mese di forzato riposo, causa frattura al gomito e relativa difficoltà a riprendere anche una minima attività sportiva, dulcis in fundo, il fattore determinante ovvero la mia fame senza fine, il bisogno ossessivo di saziarmi e la bocca che non risponde più ai comandi del buon senso.

Conseguenza scontata e necessaria, che peró spesso non è facilmente intuibile dal soggetto in questione, cosí ogni mattina che salgo sulla bilancia e vedo il numero salire costantemente giorno dopo giorno, la prima reazione è di stupore e incredulità ma quando faccio mente locale a tutto quello che ho mangiato il giorno prima, mi rendo conto che effettivamente ho mangiato troppe cose in relazione alla mia insignificante attività fisica e soprattutto sono le quantità a essere fuori norma. Cosí a mali estremi non restano che estremi rimedi.

Dato che è noto che il tasso di riuscita di una dieta è superiore quando si condivide il percorso con altre persone, in questo gruppo stoico siamo io, il mio compagno e il compagno di mia cognata: il trio MP comincerà da oggi la sfida contro il grasso e la pigrizia e sarà pronto a sfoggiare il fisico al top sulle spiagge assolate di giugno o forse luglio o forse agosto.

Intanto, pronti, attenti, via! Si parte per questa ardua impresa nel momento ideale, perché vita sociale vietata, poche visite al supermercato e il frigo che fa eco.

Libere riflessioni di un mattino

Mi alzo presto al mattino. Non posso farci niente, è un’abitudine difficile da sradicare, così la sera mi ritrovo incapace di guardare un film, perché crollo letteralmente dal sonno e alle sei del mattino sono puntualmente sveglia, senza necessità appunto di mettere la sveglia.

In questi giorni di quotidianità così inusuale mi è caduto spesso il pensiero su quanto siamo abitudinari e quanto non ce ne rendiamo conto in situazioni normali, mentre adesso il dover rispettare certi divieti ci impone cambiamenti, che fatichiamo a mettere in pratica.

Sono cose apparentemente banali e che facciamo inconsapevolmente ma di fatto definiscono il nostro modo di vivere. Per me che sono terribilmente bisognosa di contatto, anche soltanto il fatto di non poter stringere la mano, abbracciare un’amica o stare distante un metro dagli altri è qualcosa che necessita di attenzione, perché assolutamente contrario al mio usuale modo di fare.

Per non parlare poi degli spostamenti, per me zingara di Toscana e non solo, rimanere bloccata a Firenze significa abituarmi a una realtà statica e casalinga, così inusuale che spesso mi ritrovo a chiedermi se a questo ritmo forzatamente lento, non stia buttando via giorni di vita; mentre per altri rappresenta la possibilità di godersi le giornate a un passo più lento in una dimensione più intima e magari il riscoprire attività desuete nelle nostre esistenze frenetiche, come cucinare torte, lavorare a maglia o all’uncinetto, fare bricolage o impastare pasta e pizza fatte in casa.

Il tempo domenicale del pigiama come outfit d’ordinanza, per alcuni è diventata la norma in città chiuse per virus, in cui sparuti passanti, muniti di mascherina, autoprodotta o comprata al mercato nero dell’amuchina, si aggirano radenti ai muri e scendono dal marciapiede se incontrano qualcuno.

Non riesco a capire se questo ci aiuterà a ritrovare una dimensione più umana della vita con ritmi meno forsennati e con una valorizzazione dell’essere umano, dei suoi bisogni e delle sue relazioni o piuttosto ci porterà verso una maggiore esasperazione di quell’isolamento e menefreghismo di una società dove i contatti virtuali hanno surclassato quelli reali e il sospetto per il diverso si è estremizzato fino alla diffidenza verso il concittadino o il vicino di pianerottolo.

La virtualità è il futuro e di sicuro permea già a fondo il presente ma voglio credere con tutta me stessa che non sia soltanto un dato negativo da aggiungere ai troppi elementi funesti di questa nostra strampalata era; voglio invece mantenere vivo il mio animo sognatore che spera nella possibilità di un essere umano più consapevole, più rispettoso, di se stesso, degli altri e del pianeta che abitiamo.

Voglio sperare che il progresso ci insegni ad approfittare di tutti i miglioramenti possibili e delle facilitazioni auspicabili; che ciò non sia più soltanto uno scettro in mano agli uomini di potere ma un’occasione per chiunque di migliorare le proprie condizioni, di avere più tempo per se stessi e per una socialità buona e fattiva, di riscoprire l’importanza della sostanza, che pare essere oggi un arancio seccato dentro un involucro di buccia ancora pieno all’apparenza.

Poter riallacciare infine quel legame con la natura, che si è spezzato anni fa in nome di un consumismo vorace, dove l’oggetto da possedere è diventato più importante di chi lo possiede e la sua durata è programmata per un fine vita strategico, che alimenti la catena del futile ma necessario; vero motore dei flussi di milioni verso le tasche dei più ricchi mentre milioni di persone lottano per non morire di fame, di sete o per banali malattie.