Libere riflessioni di un mattino

Mi alzo presto al mattino. Non posso farci niente, è un’abitudine difficile da sradicare, così la sera mi ritrovo incapace di guardare un film, perché crollo letteralmente dal sonno e alle sei del mattino sono puntualmente sveglia, senza necessità appunto di mettere la sveglia.

In questi giorni di quotidianità così inusuale mi è caduto spesso il pensiero su quanto siamo abitudinari e quanto non ce ne rendiamo conto in situazioni normali, mentre adesso il dover rispettare certi divieti ci impone cambiamenti, che fatichiamo a mettere in pratica.

Sono cose apparentemente banali e che facciamo inconsapevolmente ma di fatto definiscono il nostro modo di vivere. Per me che sono terribilmente bisognosa di contatto, anche soltanto il fatto di non poter stringere la mano, abbracciare un’amica o stare distante un metro dagli altri è qualcosa che necessita di attenzione, perché assolutamente contrario al mio usuale modo di fare.

Per non parlare poi degli spostamenti, per me zingara di Toscana e non solo, rimanere bloccata a Firenze significa abituarmi a una realtà statica e casalinga, così inusuale che spesso mi ritrovo a chiedermi se a questo ritmo forzatamente lento, non stia buttando via giorni di vita; mentre per altri rappresenta la possibilità di godersi le giornate a un passo più lento in una dimensione più intima e magari il riscoprire attività desuete nelle nostre esistenze frenetiche, come cucinare torte, lavorare a maglia o all’uncinetto, fare bricolage o impastare pasta e pizza fatte in casa.

Il tempo domenicale del pigiama come outfit d’ordinanza, per alcuni è diventata la norma in città chiuse per virus, in cui sparuti passanti, muniti di mascherina, autoprodotta o comprata al mercato nero dell’amuchina, si aggirano radenti ai muri e scendono dal marciapiede se incontrano qualcuno.

Non riesco a capire se questo ci aiuterà a ritrovare una dimensione più umana della vita con ritmi meno forsennati e con una valorizzazione dell’essere umano, dei suoi bisogni e delle sue relazioni o piuttosto ci porterà verso una maggiore esasperazione di quell’isolamento e menefreghismo di una società dove i contatti virtuali hanno surclassato quelli reali e il sospetto per il diverso si è estremizzato fino alla diffidenza verso il concittadino o il vicino di pianerottolo.

La virtualità è il futuro e di sicuro permea già a fondo il presente ma voglio credere con tutta me stessa che non sia soltanto un dato negativo da aggiungere ai troppi elementi funesti di questa nostra strampalata era; voglio invece mantenere vivo il mio animo sognatore che spera nella possibilità di un essere umano più consapevole, più rispettoso, di se stesso, degli altri e del pianeta che abitiamo.

Voglio sperare che il progresso ci insegni ad approfittare di tutti i miglioramenti possibili e delle facilitazioni auspicabili; che ciò non sia più soltanto uno scettro in mano agli uomini di potere ma un’occasione per chiunque di migliorare le proprie condizioni, di avere più tempo per se stessi e per una socialità buona e fattiva, di riscoprire l’importanza della sostanza, che pare essere oggi un arancio seccato dentro un involucro di buccia ancora pieno all’apparenza.

Poter riallacciare infine quel legame con la natura, che si è spezzato anni fa in nome di un consumismo vorace, dove l’oggetto da possedere è diventato più importante di chi lo possiede e la sua durata è programmata per un fine vita strategico, che alimenti la catena del futile ma necessario; vero motore dei flussi di milioni verso le tasche dei più ricchi mentre milioni di persone lottano per non morire di fame, di sete o per banali malattie.

Pubblicato da starfishdiary

Everyday thoughts and meetings of a starfish

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